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-Psicopedagogia della crisi (di Beatrice Mennella)


PSICOPEDAGOGIA DELLA CRISI
di Beatrice Mennella

“Saremo forse presto in grado di impiegare, a nostra guida e modello, l’essere umano che pienamente si sviluppa e realizza se stesso, quello nel quale tutte le potenzialità giungono alla totale pienezza, quello la cui natura interiore si esprime liberamente, anziché venir deformata, repressa o negata.”
A.H. Maslow

La grande crisi economica che ha travolto e sconvolto la nostra bella Italia e tanti altri Paesi non solo europei, rappresenta l’esito inevitabile, e il più evidente, di una crisi molto più radicale e profonda che investe la PERSONA, la sua dignità, le sue radici culturali, la sua essenza.
Arrivato al 2012, circondato e travolto dall’incalzante progresso tecnologico, l’essere umano sembra ridotto ad un’unica dimensione, quella in cui prevale il bisogno atavico di produrre e di consumare con lo scopo di APPARIRE : apparire individuo di successo, ricco, bello, felice, efficiente.
Un malessere incalzante e sotterraneo ha colpito tutti: l’incapacità di accettare di essere imperfetti. Gli esseri umani si sono arrogati la pretesa assurda di dover essere perfetti, precisi, performanti e infallibili come una macchina, come un computer, secondo stereotipi e canoni non meno assiomatici di ciechi fanatismi; e lì dove si sentono in difficoltà perché da soli non riescono, ecco che vengono in aiuto corsi, seminari, libri e guru di ogni tipo che puntano tutti sul come essere felici, raggiungere il successo e acquisire un pensiero positivo.
Nulla di più sbagliato!
Finché le PERSONE saranno valutate e si auto-valuteranno in base alle loro capacità salariali, in base ad una specifica competenza o in base al successo professionale e personale, rimarranno BLOCCATE sulla messa a fuoco di un’unica lente, calibrata su valori medio/bassi e più adatta ad individuare automi, pupazzi, burattini, schiavi o semplici “consumatori”.
Attualmente la nostra cultura, la nostra sociologia, la nostra psicologia, la nostra economia, insomma, la nostra civiltà, sembrano incapaci di apprezzare il valore delle persone che non emergono, persone che vengono additate dall’indistinto branco dei benpensanti, come mediocri e di intelligenza medio/bassa, perché incapaci di emergere, nel senso di APPARIRE, e tutte ammassate e relegate nel calderone dell’anonima mediocrità indifferenziata. In questa prospettiva, unica via di fuga dal calderone sembra essere quella di misurarsi con gli strumenti delle statistiche sociologiche e puntare al successo, all’apparire a tutti i costi, obiettivi che, di conseguenza, assumono un’ importanza esagerata e distorta, spesso delirante. Stampa e televisione sanno esagerare, celebrare, adulare, commiserare, vengono a pescarti quando piangi dopo una tragedia, quando dai in escandescenza davanti alla platea, quando vivi per mesi rinchiuso in una casa con tante telecamere nascoste o quando trasgredisci mettendoti in posa per mostrare le tue beltà, non già per andare oltre la gabbia di inconsapevolezza in cui ti sei lasciato irretire; dopo di ché è molto facile essere gettati nuovamente nel calderone della mediocrità.
Ma l’essenza dell’uomo è singolarità specifica e incompatibile con la mediocrità e con qualsiasi calderone. L’essere umano potrà risultare mediocre e incompiuto in tutte le categorie sociologiche, perfino nelle sue aspirazioni e nelle realizzazioni personali, ma la maniera in cui vivrà e in cui manifesterà la sua mediocrità sociologica, sarà unica e irripetibile, eccezionale, sempre e comunque, se lo vuole. Non è certo auto-imponendosi di pensare positivo, di essere felice, o di raggiungere il successo che riuscirà a vivere meglio. In tal modo eserciterà solo un grande auto-condizionamento sulla propria natura, che resterà inesplorata, repressa e inespressa.
L’essere umano deve semplicemente arrendersi alla propria imperfezione e consentire alla sua natura di esprimersi LIBERAMENTE. Esprimersi anche con il dissenso, rispetto al conformismo e al senso comune, e andando a irrobustire la propria coscienza critica perché un valore da difendere. E’ così che si può assistere al ritorno trionfante del Soggetto con la maiuscola, quello che sceglie secondo coscienza e arriva a decidere che ciò che è ovvio per tutti non è ovvio per lui o, peggio, non corrisponde al vero.
Da un punto di vista politico, i segnali di questa necessità di risveglio di coscienze già sono evidenti, le voci critiche si irrobustiscono e si assiste a numerose rivolte individuali di critica del potere e di protesta contro quello che appare socialmente ben visto. Certo, sul piano politico la disobbedienza resta un tabù, resta un’attività proibita, scabrosa e poco conveniente e ogni protesta è una scelta difficile, perché espone e chiama in gioco il senso di responsabilità personale, fuori dal sistema sociale di riferimento che, comunque protegge, perché mette al riparo dalle scelte personali, e comunque assolve, perché qualsiasi cosa capiterà non sarà affar nostro, non sarà responsabilità nostra.
Se la legge si fonda sulla verità, la verità può non coincidere con l’opinione della maggioranza, pur essendo socialmente e politicamente vincolante. Da qui il tormento dell’essere umano come cittadino diviso tra l’ ascolto delle proprie intime convinzioni e la loro dissonanza con ciò che sembra giusto a tutti gli altri, tra ciò che si avverte come autentico e ciò che autentico solamente appare.
Anche sul piano andragogico, psicologico ,pedagogico, la libertà non è mai a costo zero e, soprattutto, non è per tutti. Perché ogni giornata impone scelte e rimanda a noi la responsabilità piena di cosa fare, quando, a che costo, perché, come. Si diventa individualmente, soggettivamente più esposti, non protetti da nessuno scudo condiviso, e abbiamo perfino la responsabilità della nostra felicità.
La verità rende liberi e la libertà rende responsabili, e questo non è per tutti. La maggioranza delle persone preferisce piuttosto auto-ingabbiarsi in una definizione ,in una categoria anche patologica, piuttosto che assumersi la responsabilità della propria vita.
Assurdo!
E’ assurdo che possa essere più comodo e più facile dirsi – sono depresso, sono debole , sono ansioso, sono esaurito, sono incapace, sono sfortunato, sono malato……. – piuttosto che mettersi in gioco come PERSONA e affrontare i propri naturalissimi limiti con lo scopo e il desiderio di sviluppare le proprie risorse inespresse, di esprimere pienamente la propria natura. Una essenza profonda che sembra quasi addormentata, rassegnata alla sepoltura, dominata da confusione, paura e diffidenza, senza radici e senza futuro.
In tutta la storia dell’umanità, questa attuale è la generazione più snaturata, cioè più distante dalla natura autentica dell’essere umano, e le conseguenze sono tangibili non solo sul piano economico-sociale. Infatti: mai come in questa generazione si è parlato di anoressia, bulimia, attacchi di panico, visti i numerosissimi casi; mai come in questa generazione si è parlato di obesità, con molti casi anche durante l’infanzia; mai come in questa generazione numerosi i casi, e i veri e propri fenomeni di gruppo, di dipendenza da droghe, alcool, psicofarmaci, in ogni fascia di età e in ogni classe sociale e con numeri da bollettino di guerra: solo nel 2007 abbiamo avuto in Italia 5131 morti e 3.225.000 feriti in seguito ad incidenti stradali, il 30% dei quali causati dall’uso di alcool e/o stupefacenti; mai come in questa generazione abbiamo assistito all’aumento di forme di dipendenza da gioco d’azzardo, da sesso, da internet; mai come in questa generazione, si è dispiegato un esercito di persone ossessionate, spesso con risultati tragici, dalla necessità di apparire esteticamente perfette e che alimentano il grande mercato del fitness, delle beauty farm e della chirurgia estetica; mai come in questa generazione, la corruzione umana è arrivata in tutti i campi, anche quelli fuori da ogni sospetto, superando i limiti di ogni fantasia e seminando indignazione ma anche inerme rassegnazione.
Tanto sofisticata è divenuta la recitazione dell’apparire, da far perdere di vista l’essere e da non consentire neanche all’osservatore più puro, ossia a quello più smaliziato, di discernere il bene dal male, il vero dal falso, il corrotto dall’onesto.
Alla base di tutti questi fenomeni umani, vi è una forte tendenza alla dipendenza, che è un disturbo conseguente all’uso ripetuto, inadeguato e/o inappropriato, di una sostanza, di un oggetto, di un comportamento; una dipendenza che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il tessuto sociale e che è la chiara espressione di una fuga da se stessi, dalla responsabilità verso se stessi e dall’accettazione consapevole dei propri naturalissimi limiti: nessuno accetta di essere imperfetto e di provare sentimenti negativi. Se non si accetta questo dato di fatto, sarà sempre inevitabile che, dinanzi ad una sensazione di vulnerabilità e di disadattamento, o in presenza di sensazioni di rabbia, gelosia, frustrazione…., le reazioni compensatorie e di fuga più ovvie saranno quelle di cui sopra, e alcune persone si rifugeranno nel cibo, altre rifiuteranno se stesse fino ad autodistruggersi, altre si rifugeranno in un ideale di perfezione fisica, altre nel gioco, nel sesso, nel virtuale, e altre esorcizzeranno le loro fragilità puntando alla conquista del potere e del denaro, con qualunque mezzo e senza alcuno scrupolo.
E allora, si continui pure a investire sulle macchine e sulla tecnologia, ma questo produrrà effetti realmente benefici e duraturi solo se si investirà anche e soprattutto sull’uomo, sull’educazione e sulla formazione, affinché la tecnologia sia esclusivamente INNOVAZIONE e LIBERTA’, cioè uno strumento che migliora la vita rimettendo al centro la PERSONA: nessuna società umana può uscire da una crisi se non punta sulla sviluppo della persona, perché per vincere la crisi ci vuole un cambiamento culturale pronto a investire sul CAPITALE UMANO.
Quindi, svegliamoci tutti dal letargo in cui siamo caduti e prepariamoci, EDUCHIAMOCI, ad accettare la nostra natura, con orgoglio e dignità. E’ meglio riconoscere ed accettare i nostri sentimenti imperfetti piuttosto che optare per l’ipocrisia, che nasconde le nostre debolezze e può generare dipendenze. Per un sentimento imperfetto c’è la possibilità di diventare migliore, ma non c’è speranza di miglioramento con l’ipocrisia. La paura, l’invidia, la gelosia, la rabbia, ci appartengono, fanno parte della nostra natura imperfetta. Riconosciamola, accettiamola ed impariamo ad amarla, con maturità e con senso di responsabilità. E’ così che impareremo a vivere meglio, capaci e pronti ad affrontare e superare tutte le difficoltà e le crisi della vita, preparati ad accettare anche gli altri e non a vedere nell’altro sempre il nemico o il capro espiatorio, la causa di tutti i nostri mali (un padre troppo severo, anaffettivo e avaro, una madre frustrata, ansiosa e iperprotettiva, un marito egoista e distratto, un figlio adolescente problematico , un’amica invidiosa, un vicino di casa permaloso, un cane poco fedele..….l’elenco può essere infinito, ho ascoltato forse troppo pazientemente racconti di tutti i tipi).
Ogni volta che focalizziamo la nostra attenzione all’esterno per ottenere dagli altri ciò che vogliamo o per incolparli di non farci ottenere ciò che vogliamo, trasformiamo la nostra libertà in dipendenza e sabotiamo la nostra crescita interiore cioè la possibilità di conquistare la consapevolezza entrando in contatto con noi stessi, dentro di noi, nel centro del nostro essere, in quello spazio interiore che abbiamo perduto, per riconoscere se siamo centrati oppure reattivi, se siamo aperti oppure chiusi, se la nostra energia vitale fluisce libera o se invece è contratta e bloccata, e che tipo di energia c’è, perché non viene utilizzata, dove si trova, come farla emergere. L’importante è riconoscere i nostri stati dell’Essere, ognuno dei quali ha la sua Ragion d’Essere e il suo valore; quindi l’atteggiamento deve sempre essere di accettazione e rispetto per se stessi, senza pressioni e senza giudizi, perché è in questa atmosfera che tutte le sensazioni sepolte affiorano naturalmente, che la nostra energia vitale viene ritrovata e il nostro processo evolutivo può svilupparsi liberamente, nel modo che più ci appartiene lasciando emergere le nostre migliori risorse.
Entrare dentro di noi, cercare la nostra natura ed accettare limitazioni e fragilità intrinseche, genera saggezza, mentre il senso di perfezione produce soltanto sete insaziabile di potere.
La saggezza avvicina alla serenità, mentre il potere si fonda sulla cultura della conquista, del successo e del denaro, e della lotta contro il nemico.
Per l’individualista il nemico è l’antagonista, è chiunque abbia un potere che possa competere con il suo, e va, pertanto, eliminato o soggiogato.
La saggia serenità è invece lo stato tendenziale dell’uomo PERSONA ed ha come premessa di non avere nemici e di guardare ai propri simili con la voglia di conoscerli ed ascoltarli e, magari, attraverso la storia dell’altro conoscere meglio se stesso: perché ogni relazione è un sistema che arricchisce sé e l’altro.
Per il potere, esiste solo l’IO e l’ INDIVIDUO e l’altro è solo un pericolo da abbattere o eliminare.
Occorre, certo, avere quel tanto che serve per vivere e soddisfare i bisogni essenziali, ma questo lo si può ottenere senza entrare nell’agone del potere. E’ per questo che i saggi non si lasciano condizionare né dal potere né dal denaro, e aspirano alle buone relazioni e alla serenità che è uno status continuo che si fonde con una visione della vita in cui domina la cultura dell’onestà, della solidarietà e della condivisione, e in cui ciò che conta è essere soddisfatto di se stesso come persona, utile a tanti per come si è e non per quello che si ha.
La serenità dipende dalla persona e non dalle cose.
Il potere invece punta alla conquista delle “cose” altre da sé: punta alla proprietà, al “mio” che è un vero e proprio sintomo di una malattia che può farsi molto grave e che può condurre alla mancanza di libertà e all’isolamento: la paura di essere derubati induce a costruire fortezze e ad avere guardie del corpo per poter spaventare il nemico. Chi possiede tanto, vive nella cultura del sospetto che chiunque lo cerchi lo faccia per ciò che ha e non per quello che è. Una malattia che non si può curare, perché il potente vedrebbe ogni intervento in merito come un attentato.
Il potere non guarda alla serenità ma alla felicità, che è quella sensazione acuta e breve che si attiva di fronte a uno stimolo di piacere e a una vittoria strepitosa, ma terminato lo stimolo, la reazione finisce e rimane il vuoto.
Il potere vuole far credere che la saggezza è contro lo sviluppo sociale, e che se avesse dominato nella storia saremmo ancora all’età della caverna, senza benessere, con una medicina fatta di shamani e non di ineffabili professori dell’università.
Ma il vero motore della scoperta è la curiosità, e la saggezza è estremamente curiosa e aperta al nuovo e alla trasformazione; il vero motore del progresso è il BenEssere, e solo la saggezza sa riconoscere e creare vero benessere.
La malattia del potere è di aver sfruttato ogni scoperta in nome del denaro e del successo, per sconfiggere, soggiogare, controllare e ridurre in schiavitù gli altri, il nemico; è di aver ridotto l’idea di benessere al possesso del denaro e del successo, oltre ogni limite, contro ogni buon senso e senza alcuna dignità.
La saggezza ama il vero sviluppo, il vero progresso, il vero benessere, ama capire, conoscere, imparare, scoprire.
Il progresso tecnologico-elettronico che poteva servire ad annullare le distanze e a unire il mondo in un confronto globale in cui ampliare risorse e potenzialità umane importantissime per lo sviluppo dell’umanità, è diventato un mezzo che trasforma la vita umana in vita digitale e virtuale e che ha “addormentato” la mente dei singoli mettendola in letargo, o meglio, in trance. Una sorta di inconscia anestesia emozionale e intellettuale ha condizionato la vita di troppe persone, circuitate in questo sistema labirintico che incita al successo, che invoglia a piacere, a essere performanti, tecnologici e in corsa per il potere; e nel frattempo fronteggiare la vita di tutti i giorni con le tante difficoltà che comunque ci sono.
Di qui la necessità di svegliarsi da questa trance e di fare appello alla propria saggezza per ridare valore al proprio essere, alla dignità, ai valori, alle emozioni, alle proprie idee che non sono idee teoriche ma il risultato di una scelta di vita, di un modo di essere e di vivere, altro e più alto ma forse per questo, pericoloso per quelli che guardano al potere.
Risvegliamo la nostra saggezza.
Recuperiamo la dimensione etica dell’agire, più alta e diversa dal moralismo del fare. Agire significa tenere conto sempre delle conseguenze delle proprie azioni non solo su se stessi ma anche sugli altri e quindi della scelta etica tra giusto e sbagliato, utile e dannoso, corretto e scorretto, onesto e disonesto. Chi invece si limita al fare, non si preoccupa delle conseguenze, fa e basta. La logica del fare si è imposta come principale ingrediente nella società occidentale della Tecnica e del Potere, tanto da diventare la logica collettiva prevalente. Eppure se tenessimo conto delle conseguenze di ciò che compriamo, di ciò che produciamo, di ciò che vendiamo, di ciò che apprezziamo, di ciò che vogliamo e non vogliamo, forse capiremmo che alcune cose , anche se si possono fare, non vanno agite.
E’ di qualche mese fa la notizia del grave scandalo che si sta abbattendo su Apple, colosso mondiale dell’informatica, che sfrutta i lavoratori cinesi facendoli lavorare in condizioni esasperate e disumane, con orari massacranti e condizioni strutturali ed ambientali altamente pericolose. Si parla addirittura di molti morti e di centinaia di ammalati dopo aver inalato sostanze tossiche che fanno parte del sistema produttivo. “Ma io ho solo acquistato il nuovo iPhone5”, direbbe uno dei clienti che dopo ore di fila si è accaparrato l’ultimo modello appena uscito in commercio. “Non ho io la responsabilità di quello che accade nella fabbrica in Cina dove il mio iPhone viene prodotto”. Aggiungiamoci che tutti noi utilizziamo il cellulare, chi poco, chi più, chi troppo, nonostante le ricerche condotte sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale della sanità abbiano dimostrato gli effetti nocivi delle onde elettromagnetiche sulla salute. Aggiungiamoci che tutti coloro che hanno comprato l’ultimo iPhone5, sicuramente un cellulare già lo possedevano e avevano solo la voglia di seguire l’ultima moda, per avere il cellulare tecnologicamente più avanzato, con l’App più strabiliante, per fare le foto più belle, i filmini ad altissima definizione, e per possedere un simbolo importante a chi ama apparire. Aggiungiamoci che tonnellate di cellulari usati e buttati via, vengono spediti al di fuori dei confini dei Paesi occidentali per alimentare l’economia di una massa di derelitti che li smontano, ne estraggono piccole quantità di metallo, per poi bruciare la plastica e inquinare una zona del nostro pianeta, con conseguenze mortali sulle popolazioni del luogo. “Ma io ho solo cambiato l’ennesimo cellulare”, direbbe lo stesso consumatore imperterrito. Aggiungiamoci che la maggior parte dei bambini che frequenta le elementari, possiede un cellulare che ha avuto in regalo dai genitori o dai nonni: perché si sentirebbe un emarginato visto che tutti gli altri compagni ce l’hanno, e si sentirebbe un frustrato se non avesse il modello di moda, quello che ha come suoneria la sigla dei cartoni animati e le cover intercambiabili e stilizzate. Gli esempi consumistici di un Fare svincolato dall’etica saggia e responsabile dell’Agire e delle conseguenze concatenate, potrebbero essere infiniti. Nell’ottica della legge domanda-offerta, tutto quello che si può fare si fa. Se poi ci spostiamo su un piano meno esplicitamente consumistico, i comportamenti legati al Fare svincolati dal senso dell’Agire sono altrettanto numerosi, e basta leggere un quotidiano per rendersi conto di quanto sia caratteristica ormai di pochi eletti, guardare alla onestà come a un valore, e alla dignità come espressione più fiera del proprio Essere, indice di rispetto per sé stessi e per gli altri e indice di autostima delle proprie capacità e della propria PERSONA.
Recuperiamo la nostra natura interiore, quella profonda e vera, libera da condizionamenti esterni e, dopo averla individuata, consentiamo alla nostra natura di esprimersi e di evolvere liberamente. Avere paura dei propri sentimenti negativi e rifiutarli significa atrofizzare la propria anima e congelare la propria natura, perché le emozioni non si possono reprimere in maniera selettiva. Chi decide di sopprimere i propri sentimenti negativi rinuncia anche a quelli positivi, sopprime anche la gioia, l’amore, la gratitudine, l’entusiasmo, e decide per la “ rinuncia” come atteggiamento psicologico e culturale. Chiaramente questa rinuncia provoca malessere: l’anima ne risulta soffocata e bloccata, quasi come se avesse paura di esprimersi, dominata da confusione, diffidenza e paura. Tutto questo fa sentire ancora più vulnerabili, ancora più imperfetti e induce a mettere in atto altri inconsci meccanismi difensivi e compensatori che vanno ad innescare un vero e proprio circolo vizioso, quello che conduce anche a patologie più o meno gravi, e a lunghissimi percorsi terapeutici.
Ma per il potere, soggiogare il nemico e renderlo un malato da curare, un “consumatore di terapie”, è sicuramente una strategia funzionale e conveniente. Lo psichiatra americano Allen Franches, già capo della Commissione che ha redatto il manuale dei disturbi mentali (Dsm-IV) che viene rinnovato ogni 15 anni ed è utilizzato dagli psichiatri di tutto il mondo, ha lanciato un allarme sconcertante, affermando che nella prossima edizione del manuale (Dsm-V), in uscita nel 2013, con l’introduzione di nuove patologie o sindromi, quasi tutti gli abitanti della terra avranno comportamenti classificabili come disturbi psichici. In altri termini, milioni di persone sane, che vivono solo normalissimi problemi di tristezza, difficoltà, vulnerabilità o sofferenza, nel 2013 potrebbero essere “diagnosticati” come malati mentali. Tra le “patologie”di cui si ipotizza l’inserimento nel manuale, l’astinenza da caffeina. Di questo passo anche chi sta vivendo un lutto da perdita o da separazione, sarà classificato come depresso.
Un mondo di pazzi sarebbe un buon mercato. Allen Franches dice : «Un sistema diagnostico è importante per stabilire i confini tra malattia e normalità e determinare chi ha effettivamente necessità della somministrazione di farmaci, il problema è che negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria inflazione diagnostica, la cui responsabilità ricade sia sui medici sia sulle case farmaceutiche». E aggiunge: «Già oggi, ogni anno, il 25% della popolazione statunitense, circa 45 milioni di persone, si vede diagnosticare un disordine mentale, eventualità che accade alla metà della popolazione entro l’età di 82 anni. Nel Dsm-IV abbiamo cercato di essere più cauti possibile ma non abbiamo comunque evitato l’aumento delle patologie classificate a 357 e la conseguente tendenza per la quale le diagnosi di disordini bipolari sono aumentate del 40% rispetto a quanto avveniva con il Dsm-III, quelle di autismo sono cresciute del 25%, quelle di Adhd, la sindrome da iperattività e deficit di attenzione dei bambini, sono raddoppiate……….. “
«Ormai i produttori di droghe legali sono più responsabili delle dipendenze dei produttori di droghe illegali. Il problema non è nella malafede dei membri della Commissione del Dsm ma nella loro appartenenza all’élite del settore psichiatrico. Non si rendono conto che le loro indicazioni, in mano a medici frettolosi, e non sempre competenti, con la pressione pubblicitaria delle industrie farmaceutiche, possono indurre gravi abusi. Gli antipsicotici negli Stati Uniti sono i farmaci più venduti, con un giro d’affari di 50 miliardi di dollari all’anno, il 5% del totale. Le nostre attuali conoscenze fra l’altro non ci permettono la prescrizione preventiva degli psicofarmaci».
Inoltre, viene sottovalutata l’ampia gamma dei reali e gravi effetti collaterali dell’uso di psicofarmaci. Come spiega Frances : «Dall’aumento dell’obesità nella popolazione giovanile già ad alto rischio di sovrappeso (un aumento anche di un chilo a settimana), alla dipendenza. Ben trecento militari americani sono morti per avere assunto farmaci loro prescritti. Per questo è importante che i medici non eseguano le diagnosi troppo in fretta e che valorizzino le terapie relazionali rispetto a quelle farmacologiche».
Ma per molti, risulta più comodo e deresponsabilizzante, anche auto ingabbiarsi o lasciarsi ingabbiare all’interno di una categoria patologica, piuttosto che assumersi la responsabilità del proprio cambiamento evolutivo. E’ più facile dirsi “ ho un problema e mi faccio curare”, piuttosto che dirsi “ho un problema devo educarmi a risolverlo”.
La CULTURA PEDAGOGICA, della formazione, dell’investire sul capitale umano, del favorire il contatto con il proprio sé allorquando una cattiva educazione familiare e sociale e distorte convinzioni hanno prodotto disarmonia e disfunzione, è la cultura della saggezza da cui troppi condizionamenti ci distolgono. Con questo non intendo imputare colpe ai genitori, che molto spesso, anche se non sempre, amano ed educano come meglio possono e come meglio sanno fare, e che, vittime anche loro di condizionamenti negativi e di uno stato dell’Essere bloccato, producono nei figli nuove ferite, per l’incoscienza delle proprie ferite non elaborate e per l’inconsapevolezza di sé. Intendo, piuttosto, offrire la possibilità di riconnettersi, emotivamente, mentalmente e psicologicamente, con i propri genitori, in un modo del tutto nuovo e appagante.
La cultura pedagogica è la cultura della saggezza, che mette al centro la persona, che elabora vissuti attraverso la propria storia educativa, e che dinanzi a delle normalissime difficoltà, preferisce optare per progetti, educativi, riabilitativi, formativi, e per percorsi di crescita personalizzati in base alle caratteristiche psicologiche legate alle singole individualità e alla fascia di età di appartenenza (psicopedagogia). Una cultura che non punta esclusivamente alla “cura”ma punta alla “guarigione” che è concetto più ampio, più completo, più saggio, perché implica un processo attivo che conduce alla consapevolezza di sé e abbraccia tutto (holos) l’Essere nelle sue diverse componenti, fisiche, psichiche, mentali, spirituali, in nome di un benessere vero. In un’ottica che mette al centro della relazione, chi chiede aiuto e non il problema che porta, e che non considera le competenze e le tecniche del pedagogista, dello psicopedagogista, del formatore, come strategiche nella risoluzione della problematica, perché è soprattutto la qualità della relazione tra operatore e cliente ad assumere un ruolo centrale.
E’ la cultura della Mediazione, che anche nel conflitto vede sempre un’opportunità di crescita, perché è sicuramente vero che i momenti di crisi si prestano benissimo a mettere in luce il lato peggiore degli esseri umani, ma è anche vero che quelle stesse crisi possono, se lo vogliamo, far emergere e mobilitare le nostre migliori risorse.
E’ la cultura che ha rispetto di tutti: Rispetto per i bambini, che vanno sempre tutelati nei loro bisogni e nei loro diritti, soprattutto in quelle situazioni nelle quali sono più a rischio: in caso di separazione e di divorzio dei genitori, che quando sono fortemente in conflitto, tendono ad usare i figli come ostaggi e armi di ricatto pur di vincere la loro battaglia personale, fornendo loro modelli comportamentali distorti e generatori di malesseri a breve e a lungo termine; durante i processi e nei tribunali, sia come imputati che come testimoni; nell’uso delle nuove tecnologie, andando a contrastare contenuti nocivi e rischiosi per un Internet più sicuro. Rispetto per gli anziani che vanno considerati non solo come fascia debole da tutelare, ma soprattutto come grande risorsa da cui un Paese che ambisce alla crescita, avrebbe molto da imparare nella costruzione di un welfare più inclusivo e più sostenibile. Rispetto per le persone con disabilità, il ché significa garantire e promuovere la loro autonomia individuale, la piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società, la non discriminazione, la parità di opportunità, la riflessione critica contro gli stereotipi e i pregiudizi, l’accessibilità alla vita sociale, culturale, ricreativa, attraverso strutture e formati accessibili; significa favorire la consapevolezza delle risorse, delle capacità e dei contributi che queste persone possono offrire per lo sviluppo della società.
E’ la cultura partecipativa, che rifiuta quella manipolatrice e mistificatoria e che, attraverso lo scambio e la condivisione di idee, punta ad una costruzione collaborativa di conoscenza.
Oggi il nostro sistema relazionale è completamente mutato e anche affermare che esista una realtà virtuale diversa da quella reale, come se l’individuo vivesse una dualità di relazioni, emozioni, pensieri, riporta a una logica ormai superata, perché di fatto non vi è più nessun dualismo. Il virtuale fa parte del reale e incide sul reale, tanto che sembra affermarsi un modello relazionale che tende a ridurre la fisicità a favore della virtualità. Basti pensare alle modalità relazionali tra i giovani: il dialogo verbale è quasi soppiantato dal linguaggio scritto sulle interfacce degli smartphone; internet è diventato il luogo preferito per incontrarsi, quasi come se la relazione mediata dalla tecnologia fosse vissuta come un esercizio di libertà individuale, perché, sottraendosi alla vista e alla relazione fisica, ci si sente più se stessi. Inoltre, la compilazione e l’aggiornamento dei profili corrispondono non solo ad una affermazione di sé ma rappresentano anche una forma di esercizio di potere auto- celebrativo. La rete di relazioni che si viene a creare risulta debole, caratterizzata da una scarsa partecipazione alle interazioni e dalla presenza di scambi non reciproci, spesso monologhi e non dialoghi, con uno o più membri del gruppo isolati. Insomma, il grande paradosso dei social network, strumento tecnologico di comunicazione, risulta essere la mancanza di vera comunicazione; una rete dalle enormi potenzialità, nella quale prevale però il bisogno di esserci per sfuggire all’invisibilità dell’individuo e dove il sé è rappresentazione e l’altro è una presenza lontana. Questo individualismo che si va affermando, questa libertà individuale, non procedono purtroppo verso la costruzione di una cultura più partecipativa ma piuttosto verso una società autistica, perché manca troppo spesso la saggezza del senso etico indispensabile in un percorso di crescita culturale e umana.
E’ per questo che è necessaria una totale fusione tra reale e virtuale, è necessario acquisire competenze e consapevolezza per guidare, gestire e regolamentare il fenomeno e per non lasciare che gli individui, travolti dall’ inconsapevolezza e dal condizionamento di massa, si trasformino semplicemente in “consumatori”: consumatori di dipendenze.
Un percorso questo doveroso , in primis per gli educatori e le istituzioni, ma anche per ogni persona che voglia costruire una cultura della saggezza partendo dall’osservazione attenta, dalla riflessione e dall’ascolto di sé e dell’altro, alla scoperta di visioni, possibilità e risorse sconosciute e inattese.
La presa di coscienza sulle aberrazioni del sistema economico-culturale –sociale, non può prescindere da questo recupero e riequilibrio della PERSONA e può rappresentare, per tutti noi, una grande opportunità di crescita collettiva.
“ Sii per te stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, disse Mahatma Gandhi: aggiungo che, tutto può sembrare impossibile e difficile prima che diventi possibile e facile con la conoscenza, e che sconfitto non è mai chi perde ma sempre chi rinuncia a provarci.

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