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PSICOPEDAGOGIA DELLA CRISI

di Beatrice Mennella

“Saremo forse presto in grado di impiegare, a nostra guida e modello, l’essere umano che pienamente si sviluppa e realizza se stesso, quello nel quale tutte le potenzialità giungono alla totale pienezza, quello la cui natura interiore si esprime liberamente, anziché venir deformata, repressa o negata.”
A.H. Maslow

La grande crisi economica che ha travolto e sconvolto la nostra bella Italia e tanti altri Paesi non solo europei, rappresenta l’esito inevitabile, e il più evidente, di una crisi molto più radicale e profonda che investe la PERSONA, la sua dignità, il suo benessere psicofisico, le sue radici culturali, la sua essenza.
Arrivato al 2012, circondato e travolto dall’incalzante progresso tecnologico, l’essere umano sembra ridotto ad un’unica dimensione, quella in cui prevale il bisogno atavico di produrre e di consumare con lo scopo di APPARIRE : apparire individuo di successo, ricco, bello, felice, efficiente.

Un malessere incalzante e sotterraneo ha colpito tutti: l’incapacità di accettare di essere imperfetti. Gli esseri umani si sono arrogati la pretesa assurda di dover essere perfetti, precisi, performanti e infallibili come una macchina, come un computer, secondo stereotipi e canoni non meno assiomatici di ciechi fanatismi; e lì dove si sentono in difficoltà perché da soli non riescono, ecco che vengono in aiuto corsi, seminari, libri e guru di ogni tipo che puntano tutti sul come essere felici, raggiungere il successo e acquisire un pensiero positivo.
Nulla di più sbagliato!

Finché le PERSONE saranno valutate e si auto-valuteranno in base alle loro capacità salariali, in base ad una specifica competenza o in base al successo professionale e personale, rimarranno BLOCCATE sulla messa a fuoco di un’unica lente, calibrata su valori medio/bassi e più adatta ad individuare automi, pupazzi, burattini, schiavi o semplici “consumatori”.
Attualmente la nostra cultura, la nostra sociologia, la nostra psicologia, la nostra economia, insomma, la nostra civiltà, sembrano incapaci di apprezzare il valore delle persone che non emergono, persone che vengono additate dall’indistinto branco dei benpensanti, come mediocri e di intelligenza medio/bassa, perché incapaci di emergere, nel senso di APPARIRE, e tutte ammassate e relegate nel calderone dell’anonima mediocrità indifferenziata.

In questa prospettiva, unica via di fuga dal calderone sembra essere quella di misurarsi con gli strumenti delle statistiche sociologiche e puntare al successo, all’apparire a tutti i costi, obiettivi che, di conseguenza, assumono un’ importanza esagerata e distorta, spesso delirante. Stampa e televisione sanno esagerare, celebrare, adulare, commiserare, vengono a pescarti quando piangi dopo una tragedia, quando dai in escandescenza davanti alla platea, quando vivi per mesi rinchiuso in una casa con tante telecamere nascoste o quando trasgredisci mettendoti in posa per mostrare le tue beltà, non già per andare oltre la gabbia di inconsapevolezza in cui ti sei lasciato irretire; dopo di ché è molto facile essere gettati nuovamente nel calderone della mediocrità.

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Ma l’essenza dell’uomo è singolarità specifica e incompatibile con la mediocrità e con qualsiasi calderone. L’essere umano potrà risultare mediocre e incompiuto in tutte le categorie sociologiche, perfino nelle sue aspirazioni e nelle realizzazioni personali, ma la maniera in cui vivrà e in cui manifesterà la sua mediocrità sociologica, sarà unica e irripetibile, eccezionale, sempre e comunque, se lo vuole. Non è certo auto-imponendosi di pensare positivo, di essere felice o di raggiungere il successo che riuscirà a vivere meglio. In tal modo eserciterà solo un grande auto-condizionamento sulla propria natura, che resterà inesplorata, repressa e inespressa.

L’essere umano deve semplicemente arrendersi alla propria imperfezione e consentire alla sua natura di esprimersi LIBERAMENTE. Esprimersi anche con il dissenso, rispetto al conformismo e al senso comune, e andando a irrobustire la propria coscienza critica perché un valore da difendere. E’ così che si può assistere al ritorno trionfante del Soggetto con la maiuscola, quello che sceglie secondo coscienza e arriva a decidere che ciò che è ovvio per tutti non è ovvio per lui o, peggio, non corrisponde al vero.

Da un punto di vista politico, i segnali di questa necessità di risveglio di coscienze già sono evidenti, le voci critiche si irrobustiscono e si assiste a numerose rivolte individuali di critica del potere e di protesta contro quello che appare socialmente ben visto. Certo, sul piano politico la disobbedienza resta un tabù, resta un’attività proibita, scabrosa e poco conveniente e ogni protesta è una scelta difficile, perché espone e chiama in gioco il senso di responsabilità personale, fuori dal sistema sociale di riferimento che, comunque protegge, perché mette al riparo dalle scelte personali, e comunque assolve, perché qualsiasi cosa capiterà non sarà affar nostro, non sarà responsabilità nostra.

Se la legge si fonda sulla verità, la verità può non coincidere con l’opinione della maggioranza, pur essendo socialmente e politicamente vincolante. Da qui il tormento dell’essere umano come cittadino diviso tra l’ ascolto delle proprie intime convinzioni e la loro dissonanza con ciò che sembra giusto a tutti gli altri, tra ciò che si avverte come autentico e ciò che autentico solamente appare.

Anche sul piano andragogico, psicologico, pedagogico, la libertà non è mai a costo zero e, soprattutto, non è per tutti. Perché ogni giornata impone scelte e rimanda a noi la responsabilità piena di cosa fare, quando, a che costo, perché, come. Si diventa individualmente, soggettivamente più esposti, non protetti da nessuno scudo condiviso, e abbiamo perfino la responsabilità della nostra felicità.

La verità rende liberi e la libertà rende responsabili, e questo non è per tutti. La maggioranza delle persone preferisce piuttosto auto-ingabbiarsi in una definizione, in una categoria anche patologica, piuttosto che assumersi la responsabilità della propria vita.

(continua)

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