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La CULTURA PEDAGOGICA,
della formazione, dell’investire sul capitale umano, del favorire il contatto con il proprio sé allorquando una cattiva educazione familiare e sociale e distorte convinzioni hanno prodotto disarmonia e disfunzione, è la cultura della saggezza da cui troppi condizionamenti ci distolgono. Con questo non intendo imputare colpe ai genitori che, molto spesso, anche se non sempre, amano ed educano come meglio possono e come meglio sanno fare, e che, vittime anche loro di condizionamenti negativi e di uno stato dell’Essere bloccato, producono nei figli nuove ferite, per l’incoscienza delle proprie ferite non elaborate e per l’inconsapevolezza di sé. Intendo, piuttosto, offrire la possibilità di riconnettersi, emotivamente, mentalmente e psicologicamente, con i propri genitori, in un modo del tutto nuovo e appagante.

La cultura pedagogica è la cultura della saggezza che mette al centro la persona, che elabora vissuti attraverso la personale storia educativa, e che dinanzi a delle normalissime difficoltà, preferisce optare per progetti, educativi, riabilitativi, formativi, e per percorsi di crescita personalizzati in base alle caratteristiche psicologiche legate alle singole individualità e alla fascia di età di appartenenza (psicopedagogia). Una cultura che non punta esclusivamente alla “cura” ma punta alla “guarigione” che è concetto più ampio, più completo, più saggio, perché implica un processo attivo che conduce alla consapevolezza di sé e abbraccia tutto (holos) l’Essere nelle sue diverse componenti, fisiche, psichiche, mentali, spirituali, in nome di un benessere vero. In un’ottica che mette al centro della relazione, chi chiede aiuto e non il problema che porta, e che non considera le competenze e le tecniche del pedagogista, dello psicopedagogista, del formatore, come strategiche nella risoluzione della problematica, perché è soprattutto la qualità della relazione tra operatore e cliente ad assumere un ruolo centrale.

E’ la cultura della Mediazione, che anche nel conflitto vede sempre un’opportunità di crescita, perché è sicuramente vero che i momenti di crisi si prestano benissimo a mettere in luce il lato peggiore degli esseri umani, ma è anche vero che quelle stesse crisi possono, se lo vogliamo, far emergere e mobilitare le nostre migliori risorse.

E’ la cultura che ha rispetto di tutti.
Rispetto per i bambini, che vanno sempre tutelati nei loro bisogni e nei loro diritti, soprattutto in quelle situazioni nelle quali sono più a rischio: in caso di separazione e di divorzio dei genitori che, quando sono fortemente in conflitto, tendono ad usare i figli come ostaggi e armi di ricatto pur di vincere la loro battaglia personale, trasmettendo modelli comportamentali distorti e generatori di malesseri a breve e a lungo termine; durante i processi e nei tribunali, sia come imputati che come testimoni; nell’uso delle nuove tecnologie, andando a contrastare contenuti nocivi e rischiosi per un Internet più sicuro.
Rispetto per gli anziani, che vanno considerati non solo come fascia debole da tutelare, ma soprattutto come grande risorsa da cui un Paese che ambisce alla crescita avrebbe molto da imparare nella costruzione di un welfare più inclusivo e più sostenibile.
Rispetto per le persone con disabilità, il ché significa garantire e promuovere la loro autonomia individuale, la piena ed effettiva partecipazione e inclusione nella società, la non discriminazione, la parità di opportunità, la riflessione critica contro gli stereotipi e i pregiudizi, l’accessibilità alla vita sociale, culturale, ricreativa, attraverso strutture e formati accessibili; significa favorire la consapevolezza delle risorse, delle capacità e dei contributi che queste persone possono offrire per lo sviluppo della società.

E’ la cultura partecipativa, che rifiuta quella manipolatrice e mistificatoria e che, attraverso lo scambio e la condivisione di idee, punta ad una costruzione collaborativa di conoscenza.
Oggi il nostro sistema relazionale è completamente mutato e anche affermare che esista una realtà virtuale diversa da quella reale, come se l’individuo vivesse una dualità di relazioni, emozioni, pensieri, riporta a una logica ormai superata, perché di fatto non vi è più nessun dualismo. Il virtuale fa parte del reale e incide sul reale, tanto che sembra affermarsi un modello relazionale che tende a ridurre la fisicità a favore della virtualità. Basti pensare alle modalità relazionali tra i giovani: il dialogo verbale è quasi soppiantato dal linguaggio scritto sulle interfacce degli smartphone; internet è diventato il luogo preferito per incontrarsi, quasi come se la relazione mediata dalla tecnologia fosse vissuta come un esercizio di libertà individuale, perché, sottraendosi alla vista e alla relazione fisica, ci si sente più se stessi.

Inoltre, la compilazione e l’aggiornamento dei profili corrispondono non solo ad una affermazione di sé ma rappresentano anche una forma di esercizio di potere auto- celebrativo. La rete di relazioni che si viene a creare risulta debole, caratterizzata da una scarsa partecipazione alle interazioni e dalla presenza di scambi non reciproci, spesso monologhi e non dialoghi, con uno o più membri del gruppo isolati. Insomma, il grande paradosso dei social network, strumento tecnologico di comunicazione, risulta essere la mancanza di vera comunicazione; una rete dalle enormi potenzialità, nella quale prevale però il bisogno di esserci per sfuggire all’invisibilità dell’individuo e dove il sé è rappresentazione e l’altro è una presenza lontana. Questo individualismo che si va affermando, questa libertà individuale, non procedono purtroppo verso la costruzione di una cultura più partecipativa ma piuttosto verso una società autistica, perché manca troppo spesso la saggezza del senso etico indispensabile in un percorso di crescita culturale e umana.

E’ per questo che è necessaria una totale fusione tra reale e virtuale, è necessario acquisire competenze e consapevolezza per guidare, gestire e regolamentare il fenomeno e per non lasciare che gli individui, travolti dall’ inconsapevolezza e dal condizionamento di massa, si trasformino semplicemente in “consumatori”: consumatori di dipendenze.
Un percorso questo doveroso , in primis per gli educatori e le istituzioni, ma anche per ogni persona che voglia costruire una cultura della saggezza partendo dall’osservazione attenta, dalla riflessione e dall’ascolto di sé e dell’altro, alla scoperta di visioni, possibilità e risorse sconosciute e inattese.

La presa di coscienza sulle aberrazioni del sistema economico-culturale –sociale, non può prescindere da questo recupero e riequilibrio della PERSONA e può rappresentare, per tutti noi, una grande opportunità di crescita collettiva.
“ Sii per te stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, disse Mahatma Gandhi: aggiungo che, tutto può sembrare impossibile e difficile prima che diventi possibile e facile con la conoscenza e la comprensione, e che sconfitto non è mai chi perde ma sempre chi rinuncia a provarci.

Beatrice Mennella

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